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Expo We

We is not only me.
Una rete mondiale di donne per "Nutrire il pianeta"

Il sale della terra

Il racconto di Teresa Ruiz Rosas dà vita, con quelli di altre 104 scrittrici provenienti da 100 Paesi, al “Novel of the World”, il Romanzo del Mondo di WE-Women for Expo. Scarica qui la tua copia.

di: TERESA RUIZ ROSAS

Per José Enrique y Nolan

Che cos’è questo tumulto?

Francisco de Goya, Disastri della guerra

 

Viaggiavamo da Puno a Cusco su quella solida ferrovia che gli Inglesi costruirono per prendere dalla costa minerali e lana e imbarcarli per l’Europa. Famosa per i suoi difetti, ma più sicura dell’autobus quando l’aereo era troppo caro per il contribuente. Josecito aveva cinque anni. Osservava il lago con allegria, le zattere, le tife che oscillavano come in attesa di qualcosa. Affascinato diceva: l’azzurro è il mio colore preferito. Non aveva mai avuto tanta acqua davanti agli occhi che non fosse quella del mare. Un’acqua sconfinata, che si fondeva col cielo per la gioia e l’ammirazione del bambino: vista dall’alto, dai finestrini del treno, piena di liquide sfumature, si muoveva con soavità obbedendo a un ritmo onnipresente i cui meccanismi ci restavano ignoti. «Mamma, siamo sul treno o galleggiamo?». Ne approfittavo per insegnargli: «Il Titicaca, Josecito, è il lago navigabile più alto del mondo…». Mi guardava, guardava il lago e intanto apprendeva. Dovevamo cambiare a Juliaca: incrocio di vie ferree, commercio sguaiato, filza di canali di scolo allo scoperto. Neppure una fetta di lago a salvarla. Aspettammo alle intemperie, Josecito gelato. Orinò, orinai lì intorno, divorammo la nostra carne fredda. Un anziano dal sorriso verde per la coca masticata ci offrì tè fumante nel coperchio ammaccato di un thermos. Il freddo puneño che penetra nei sentimenti si portò via la nostra paura. Eravamo così adulti. Entrambi. Occupammo posti nel vagone “di lusso”. Non erano neppure quattrocento chilometri ma il treno era così lento, commentava Josecito, che invece di andare sembrava tornare indietro.

 

«In un treno, Josecito, ci stanno moltissime cose». Si addormentava sul mio grembo. Era il 1989, si perdevano miti. Altri cominciavano a essere rispettati. Josecito era divertito dal viaggio nel viaggio che avevamo intrapreso. Non aveva mai visto galline passeggere, disperse nelle stie che portavano donne robuste. Né conosceva la destrezza di far fagotti quando la povertà urge. Né sospettava che mentre alcuni giocano d’azzardo o si radono nel loro scompartimento, altri restano sospesi alle porte (perché gli manca il biglietto). Si godono la vertigine con una smorfia viola di freddo sul volto viola di sempre, se non li fanno scendere. Josecito era incantato dai sicuris e dalle loro melodie andine in cambio di spiccioli; dalle donne con sombrero e trecce, che offrivano “a prezzo di fabbrica” vistose vesti indigene; dai venditori furtivi di mais con formaggio e bevande annacquate, di poco più grandi di lui. Mi guardò con voglia, alzò le sopracciglia in attesa; ma non volevo comprargli cibi di incerta provenienza. Le abitudini generano pregiudizi. Tornammo ai nostri posti. «Scordatevi del mais e dei panini asciutti», esclamò una boliviana esperta, «è mezzogiorno, adesso arriviamo ad Ayaviri e mangeremo kankacho, il cibo più gustoso dell’universo. Squisito». Notò il mio stupore. «Non mi dica che non l’ha mai assaggiato». «Come... il treno ferma ad Ayaviri?», domandai presa dal panico, pentita di esserci messi in viaggio in un momento così brutto. «Si ferma per modo di dire... ma nessuno rimane senza il suo kankachito, non si preoccupi». «Ayaviri non è in mano a Sendero?». Guardai Josecito come se stessero per rubarmelo. «Sì. Ma il kankacho è sacro». I suoi gesti erano quelli di una persona sana e senza privazioni. Non osai domandare di più, e ascoltai quali ragioni rendevano quella carne arrostita in forno d’argilla a legna un cibo al di là di ogni immaginazione: «Qui il bestiame è di prima qualità per il sale della terra», annunciò con la pacatezza che si concede il saggio di fronte all’ingenuo. «La marinatura con la uchucuta macinata con la pietra e la birra scura esalta il sapore della carne, diffonde il piccante del peperoncino panca, ma l’essenziale è il sale della terra ayavireña, che arricchisce i pascoli. Per questo la carne di questi animali è saporitissima, il kankacho lo fanno con gli agnellini più teneri, grassocci; la carne della femmina è dura, dicono», e rideva guardando il marito di sottecchi. «Non c’è niente al mondo come il kankacho».

 

«Ah… Ho l’acquolina in bocca», sospirò, le sue pupille si agitavano. «Manca poco ad Ayaviri, abbiamo già passato Melgar». «Sì…». «Sendero o non Sendero, questa gente deve continuare a vivere. Il kankacho sono soldi. Provi a pensare, ogni giorno un treno all’andata e uno al ritorno». «Certo…», risposi, sono sempre stata dalla parte della vita, l’agnello era la mia carne preferita, e quindici anni prima avevo assaporato il kankacho. «Glielo prenderà mio marito. Non si metta a comprarlo se non l’ha mai fatto. Bisogna essere dei fulmini, dare la cifra esatta se non si vuole rimanere senza resto. È un po’ caro, ma danno porzioni abbondanti, con patate huayro e morayas. Si scioglie in bocca, ricorderà per tutta la vita il kankachito. Che bontà», disse rivolgendosi a Josecito. Sembrava una pubblicità. Josecito mi sorrise, adorava il buon cibo. Allora accadde l’indescrivibile. Ayaviri era sotto il controllo di Sendero Luminoso. Il presidio della Guardia Civil era stato abbandonato. La presenza di mondezzai ai piedi della linea testimoniava i disordini. Non si vedeva quasi nessuno. Qualcosa d’altro rendeva diverso il distretto. Era più desolato di altre falde abitate dell’Altipiano? Ero già stata lì anni prima, incantata davanti alla cattedrale barocca di San Francesco d’Assisi, che associavo a centri di maggiori dimensioni. Tremavo. Non sapevo se obbligare i miei occhi a restar chiusi o se continuare a stare all’erta; si sentivano cose, si leggevano statistiche, si vedevano immagini, e tutti conoscevamo qualcuno che aveva passato dei guai o ch’era finito all’obitorio, e non è la stessa cosa viaggiare da sola e viaggiare insieme a un figlio amatissimo. Lo tenevo abbracciato, il mio bel Josecito, quasi fasciato, guardavamo (senza smettere di tremare) dalla finestra. Mi diceva ti difenderò fino alla morte, mi sussurrava all’orecchio che gli dispiaceva di aver dimenticato la sua pistola di plastica. I bambini sapevano che cosa voleva dire “Sendero”, che cosa significava un passamontagna nero. «Chiamiamo i marziani col pensiero, mamma, e chiediamo a loro di salvarci!». Neppure il macchinista avrebbe potuto dire se frenò la corsa del treno, che serpeggiava prudente sulle Ande scoscese, difficili a quattromila metri. Forse frenò trenta secondi. Dalle porte e dalle finestre apparvero mani con biglietti spiegazzati, immondi. Ricevevano con coreografica sincronia kankachos caldi e appetitosi, avvolti in fogli di giornale (con notizie delle azioni di Sendero). Salivano ragazzini, negoziavano come saette nei corridoi gremiti di passeggeri con la salivazione pronta come il cane dell’esperimento di Pavlov. Poi saltarono giù dal treno in marcia. Non si consumano così rapidamente gli affari a Wall Street, a Francoforte, tra i broker più veloci. L’odore della carne arrostita invadeva ogni angolo del treno verde, paziente, infinito, a tratti pestilenziale. Ero ansiosa di aprire il nostro pacchetto. Il banchetto fu lungo e silenzioso, tutti eravamo uguali (come in quel vecchio sogno); mangiavamo il nostro kankacho con le mani, e le patate, e le morayas, deliziandoci golosi e perfidi, senza complimenti e senza più aspettative, col grasso dell’agnello fino ai gomiti. Ci succhiavamo le dita, ci sorridevamo raggianti, le guance pienotte. Non avevo mai sentito una tale complicità con i miei simili, non avevamo bisogno di guardarci negli occhi. «Mamma! Che buono! Portiamolo a papà!». Eravamo a La Raya: l’Inka, dice la leggenda, vi rinchiuse il vento. Non potevamo comprare più niente. Lo guardai, così tenero, soddisfatto, pensai a suo padre futuro vegetariano, mi domandai se quella boliviana che si gustava il suo secondo kankacho avrebbe fatto visita ai suoi nipoti a Cusco se non fosse stato per ingozzarsi del memorabile agnello. Arrivammo di sera a una stazione affollata, inquieta per il ritardo. Dimenticai per alcuni giorni la terribile esistenza di Sendero Luminoso nel mio Paese, flagellato da molte parti. Finché non aprii un quotidiano di Lima in un frequentato caffè cusqueño. Nell’antica capitale imperiale la gente si guardava dal parlare. Era logico.

 

Traduzione italiana di Stefano Bernardinelli

© Teresa Ruiz Rosas, 2015. By arrangement with Literarische Agentur Mertin Inh. Nicole Witt e. K., Frankfurt am Main, Germany

 

Teresa Ruiz Rosas è nata nel 1956 ad Arequipa. Nel 1994 è stata finalista del Premio Herralde e nel 1999 ha vinto il Premio Juan Rulfo per racconti, conferito dall’Istituto Cervantes di Parigi. I suoi libri sono stati tradotti in tedesco e olandese. Oltre alla scrittura, Teresa Ruiz Rosas traduce in spagnolo testi di letteratura tedesca e ungherese. Vive a Colonia.