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Expo We

We is not only me.
Una rete mondiale di donne per "Nutrire il pianeta"

Le madri di Redfeather

L’articolo fa parte del “Female Farmer Project” di Audra Mulkern, che tramite scatti fotografici e racconti ha documentato la sempre crescente presenza femminile nel mondo dell’agricoltura. Le donne protagoniste di “Female Farmer Project”, esprimono un modo personale di vivere una moderna agricoltura, profondamente legata all’idea di nutrimento e sostenibilità.

di: Janya Veranth


Penso che tutti gli agricoltori e gli allevatori siano portatori di nutrimento: che diamo da mangiare a un agnellino dalle nostre mani, assistiamo un maiale nel parto o cantiamo una canzone a un pomodoro, siamo tutti nel business della vita. Chiunque curi con attenzione una pianta o un animale, giorno dopo giorno, con il bello e il cattivo tempo, e li incoraggi a crescere, è un vero portatore di nutrimento. Quando ho iniziato ad allevare bestiame sapevo che sarei entrata nelle file dei piccoli allevatori, che si fanno paladini della forza vitale dei loro animali e sostanzialmente fanno loro da madri nel corso della loro esistenza. Quello che non mi aspettavo erano le cure materne che io avrei ricevuto nel mentre.

Abbiamo cominciato ad allevare pecore circa tre anni fa, e l’anno scorso abbiamo aggiunto i maiali. Fin dalla nascita dei nostri primi agnellini gemelli ho capito di aver trovato la mia vocazione. La sensazione di avere uno scopo, mentre con le nostre prime pecore ci inoltravamo nella stagione delle nascite, ha lasciato su di me un segno indelebile. Non avevano alcun bisogno di me, avevano dato alla luce altre volte prima di allora e necessitavano solo un posto sicuro e tranquillo dove partorire. Ma ero io ad aver bisogno di loro più di quanto avessi mai potuto prevedere. Avevo bisogno di essere circondata da madri, madri pacifiche che amano  e donano incondizionatamente, e proteggono i loro piccoli dai pericoli visibili e invisibili. Madri che nutrono i loro figli prima di saziare se stesse. Madri le cui mammelle erano così piene di latte da picchiare contro le loro ginocchia, che camminavano quasi arcuando le zampe perché ai loro piccoli non mancasse nulla.

Non mi aspettavo il potere terapeutico di un pascolo pieno di madri che, ogni anno, crescevano diligentemente i loro piccoli, per poi cederceli perché li allevassimo per avere cibo sulle nostre tavole. Ho provato meraviglia di fronte al loro altruismo e alla loro capacità di ripresa. C’erano le madri mature che spingevano fuori i loro agnellini scivolosi nell’oscurità e nel silenzio più assoluti. C’erano le mamme novizie, che con i loro sguardi carichi di interrogativi gridavano per le contrazioni e lasciavano che intervenissimo per far venire alla luce i loro piccoli. E c’era la madre che ha pianto per giorni il suo agnellino perduto, la madre che, anche dopo che le ho mostrato il corpo senza vita del suo piccolo, per darle la prova che non c’era più, non è mai più stata la creatura pacifica che era una volta.

Prendermi cura dei miei animali, del mio gregge di madri, è una responsabilità incessante e un privilegio. Le premure quotidiane, il dar loro da mangiare le mele con le mie mani, e persino il guardarle flirtare con il padre del gregge, sono soddisfazioni profondissime. Questo significa anche che perdere una di loro è devastante. Quando l’estate scorsa ho scoperto che Taffy, la nostra nonna, doveva essere abbattuta a causa di una complicazione medica, ho implorato il destino perché invertisse la rotta. “Non lei” scongiuravo, “non la mia Taffy. Qualcun’altra, una qualsiasi, ma non lei” cercavo di contrattare. Ma cambiare la realtà dei fatti non era possibile, sarebbe infatti stata la mia diletta, la mia preferita a lasciarmi. La madre consumata , la vecchiarda del gregge, colei che mi ha insegnato tutto ciò che è importante sapere sulle pecore, e che con il suo vello ha vinto il premio Reserve Grand Champion alla fiera, provocando in me una così grande ondata di orgoglio che non riuscivo a deglutire. Quando ho riconosciuto che l’atto d’amore più grande fosse lasciarla andare finché aveva ancora la sua salute, ho capito che bisognava cedere, mentre ciò che volevo davvero era tenere duro. È questo che lei mi ha insegnato, proprio come una madre amorevole impartirebbe un duro insegnamento al proprio figlio.

Ho trascorso l’estate con Taffy e le ho detto addio pian piano, nel corso delle giornate lunghe e calde. L’abbiamo soppressa in una luminosa giornata di autunno che ha reso onore degnamente alla sua vita e al suo servizio. Mentre osservavo le sue figlie e nipoti al pascolo mi sono riempita di gratitudine, fin quasi a scoppiare, per come mi aveva concesso di farle da madre e di bearmi del suo spontaneo influsso materno per tre brevi anni.

Due giorni dopo la sua dipartita, la nostra scrofa ha avuto una figliata di porcellini. Le nuove vite e la nuova madre sono nate al chiaro del plenilunio settembrino, ricordandoci che per ogni perdita, per ogni volta che si molla la presa con l’angoscia nel cuore, c’è sempre una vita pronta dietro l’angolo. Si può sempre contare sulla vita per risollevarsi.
 

http://audramulkern.com/the-female-farmer-project/