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Expo We

We is not only me.
Una rete mondiale di donne per "Nutrire il pianeta"

Un’italiana al CEDAW

Bianca Pomeranzi, eletta come rappresentante al CEDAW, racconta quali sono, a sua parere, i nodi irrisolti della questione femminile.

Lei rappresenta lunica voce italiana allinterno del Cedaw, la Convenzione sull'Eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Su che cosa si concentra la vostra attività al momento?

 

Recentemente, oltre ai “dialoghi costruttivi” con i paesi che ogni quattro anni ci inviano il loro Rapporto, abbiamo lavorato a una “Raccomandazione sulle donne rurali”. La Cedaw ha infatti uno specifico articolo sui diritti delle donne rurali e approfondisce le problematiche connesse che non sono solo limitate alle economie emergenti o ai paesi in via di sviluppo, ma sono diffuse anche in paesi occidentali. Faccio un esempio: nell’analisi paese che abbiamo recentemente effettuato, anche il Belgio ha ammesso che ci sono dei limiti al riconoscimento del ruolo delle donne nell’impresa rurale famigliare, come avevamo anche noi in Italia dove, tuttavia, c’è stata un’evoluzione positiva verso l’imprenditoria agricola femminile. Consideriamo quindi, particolarmente interessante la raccomandazione sulle donne rurali anche perché può essere uno strumento utile per difendere i loro diritti, che mettiamo a disposizione dell’Alto Commissariato e del Consiglio dei Diritti umani con cui manteniamo un dialogo costante sulla lotta alle discriminazioni di genere. Dialogo che si avvale del contributo delle organizzazioni internazionali delle donne e delle agenzie delle Nazioni unite che ci presentano i loro rapporti e le loro analisi.

 

Sono passati 20 anni dalla Conferenza di Pechino, si stanno chiudendo gli obiettivi del millennio e si stanno per adottare i nuovi SDGS, siamo quindi in un momento di bilanci. Quale quello riguardante le donne?

 

A livello internazionale il grosso nodo che rimane da sciogliere è quello riguardante la libertà delle donne di decidere sul proprio corpo, il che significa scegliere quando e se avere figli. Questo, a mio parere, rimane uno dei punti più importanti perché rappresenta la forma di discriminazione più profonda nei confronti del corpo e della soggettività femminile. Per esempio, anche molti paesi dell’America latina che nel corso degli ultimi vent’anni hanno fatto molti passi avanti in tema di diritti umani riconoscono il matrimonio gay, ma hanno ancora il delitto di aborto, anche quando questo avviene in seguito a casi di stupro. Altro punto importante è quello della violenza contro le donne. Attualmente stiamo assistendo a una grande offensiva mondiale da parte dei movimenti delle donne di tutto il mondo contro la violenza che impedisce a molte donne di uscire da condizioni di inferiorità e spesso le condanna alla povertà, ma resta ancora molta strada da fare perché questo tema divenga una priorità politica universalmente accettata.

 

E per quanto riguarda le donne che lavorano nelle campagne e in agricoltura?

 

In molte culture, non sono solo quelle islamiche ma anche quelle tradizionali, le donne soffrono di limiti al possesso della terra e alle risorse e alla loro gestione. Le donne rurali sono particolarmente vulnerabili. Ricordo, infatti, che al suo primo anno di presidenza di Un Women anche Michelle Bachelet non riuscì a farsi approvare alla Commissione sulla Condizione delle Donne delle Nazioni unite le “Conclusioni Concordate” sulle donne rurali perché non ci fu consenso da parte di molti paesi sui diritti sessuali delle donne. Anche in paesi apparentemente aperti far in modo che le leggi incidano positivamente sulla vita reale delle donne richiede un grande lavoro di cooperazione e di diplomazia.

 

In un momento in cui la migrazione maschile dalle campagne verso le città globali si mantiene elevata, in molti contesti questo non rappresenta un’occasione di miglioramento per le donne. In Senegal, ad esempio, dove è normale che le donne oltre al lavoro del campi svolgano attività per la comunità e la mutualità, l’importanza del loro ruolo non viene riconosciuta. Le donne devono render conto al capo della famiglia allargata o al capo villaggio, spesso un anziano molto tradizionalista, e non possono decidere sulla terra che esse stesse lavorano. La mancanza dei diritti fa da freno allo sviluppo e anche alla loro capacità di nutrire il pianeta.

 

Bianca Pomeranzi è senior gender and development advisor della Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Dal 2013 ed è uno dei 23 membri eletti a far parte del Comitato preposto a sorvegliare lo stato di applicazione della "Convenzione sull'Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne (CEDAW), documento adottato nel 1979 dall’Assemblea Generale dell’ ONU e che contiene l'enunciazione di tutti i principi fondamentali sui diritti delle donne delle norme da parte dei 188 Stati firmatari.